venerdì 22 settembre 2017

Due paia di occhi

Insieme viene dal latino volgare insemel, che a sua volta deriva da insimul (nello stesso tempo).
Quindi insieme ha a che fare con la simultaneità. Allora non basta un banale "stiamo insieme" per definirsi coppia, serve anche stare (in uno stesso spazio, quando possibile) simultaneamente. Che se due "stanno insieme" e fanno vite troppo parallele, viene a cadere il principio numero uno.
Domenica mi sono molto arrabbiata con me, e continuo a guardarmi storto. 
Ma tocca fare una premessa. Ci sono uomini/donne dallo spirito indipendente, esplorativo, svincolato, che sentono il rumore della vita anche quando c'è silenzio. Ce ne sono altri che possono attraversare l'esistenza soltanto insieme, perchè tutto si compie nella comunanza di sguardi, passi, parole.
Ovvio che gli assoluti non esistono. L'uomo asociale può apprezzare una buona e discreta compagnia, l'individuo più gregario desidera anche spazi intimi e contemplativi.
Ecco allora che in percentuale, nel solito grafico a torta, la mia natura risulta più o meno questa:

Sia chiaro, mica vuol dire che il 90% del mio tempo lo passo simbioticamente avvinta ad uno. No, perchè io sto parecchio in relazione e comunanza anche per lavoro. Che i bambini ti abbracciano, ti fagocitano, ti danno baci molto bavosi e questo colma assai il mio anelito alla prossimità.
Poi ci sono i figlioli. E le amiche. E la mia mamma, che però è lontana. 
Ma tanta roba resta vacante, e quella inevitabilmente si posa sulla testa dell'uomo che amo. 
Il caso vuole (ma una mia terapeuta diceva che la vita ci pone sempre delle nuove sfide, sta a noi accoglierle o dribblarle) che lui appartenga alla categoria sopra citata uomini dallo spirito indipendente, esplorativo, svincolato, che sentono il rumore della vita anche quando c'è silenzio.
Insomma un bell'affare.
Così domenica per una serie di concause, mi sono ritrovata a mettere parole a questa mia esigenza di guardare le cose con due paia di occhi, di affacciarmi ovunque sul mondo spalla contro spalla, coi pensieri che si leggono e le storie che si raccontano. Di mostrare qualcosa col dito, anche in silenzio, di seguire il dito di un altro che mostra, e sentire che lo stupore e la bellezza si dilatano nelle cassa di risonanza delle bocche schiuse. Di ritornare verso casa un po' confusi, un po' arrossati, di fermarsi a bere una Guinnes allungando le gambe sotto il tavolo e pensare a cosa buttare su per cena.
E mentre dicevo, piangevo e piangevo forte, che ero così affranta d'esser fatta come il grafico qui sopra, e di non provare quel piacere nel fare le stesse cose da sola. Che si può fare le cose belle assieme e poi anche da soli, ma non mi entra in testa neanche se me lo sbatto giù col martello. 
Perchè il 10% lo raggiungo in un attimo. Calcolando il percorso casa-lavoro, è quasi già andato.

giovedì 14 settembre 2017

Volevo essere grande


Hai presente quella che sta dentro di me, quella di 15 anni?
La conosci, divora un'idea piena d'urgenza e poi ne sputa il seme per andare a spasso, con anima a rovescio, assente.
Disdegna le incombenze, le scadenze, fa spallucce, poi tira su una coda di cavallo e guarda altrove.
Sogna. Ma senza riguardo per le tasche capovolte, il tempo avverso, mani chiuse o bocche aperte. "Adesso!" dice, e applaude lieta mentre attende l'avverarsi.
E' gelosa, rissosa, ombrosa. E' fremente, scioccamente sorridente. E quando sorride, danza.
Ti fa tremare coi suoi piedi snelli, con l'odore d'erba negli abbracci e nei capelli? Allora passa oltre agli inciampi, ai vuoti a perdere, ai sobbalzi.
Guarda, la porti via con niente: un sasso azzurro, una spiga di lavanda, quattro o cinque luci in un caleidoscopio.

domenica 10 settembre 2017

Post molto fazioso in cui esagero un po' (ma solo un po')


Per quanto riguarda l'alternarsi delle stagioni, a casa mia ci si schiera in modo drastico e tombale: primavera/estate vs autunno/inverno. 
C'è poco da dire, da spiegare. I fautori della granita contro gli adepti del minestrone.
Chi mi conosce, sa: viva le Havaianas e a morte i MoonBoot.
Con la stessa veemenza e ardore scende in campo la fazione opposta, sbandierando argomentazioni inoppugnabili, tipo: "le manopole di lana sono bellissime", "il freddo vivifica", "la luce invernale è perfetta", "vuoi mettere quando nevica", "i colori dell'autunno sono impareggiabili", e "pensa a quando accendi la stufa e fuori fa meno cinque". 
Nessuno osi eccepire che la bellezza sta nei contrasti, che non apprezzerei il tepore se non attraversassi il rigore, che si deve vivere il momento (in quanto ogni tempo svela i suoi tesori).
Io ho sempre vissuto il cambio dell'ora, la luce calante, l'avvento del primo maglione come una sorta di lutto, al quale bene o male ho fatto fronte. Addio ginocchia sbucciate, mattine pigre, frinire di grilli, latte e menta, capelli incrostati di sale e sabbia tra le dita dei piedi. Benvenuti compiti, sferzate di Bora, cappotto verde muschio (che sotto puoi pure metterti il vestito giallo limone e non lo vede nessuno), sveglia che suona, finocchi lessi, sciroppo per la tosse.
Così da qualche giorno è iniziato il siparietto. Io sbuffo e mi avvolgo in una coperta, lui con un sorriso largo rispolvera felpe e giacchetti. Io sospiro guardando il sole eclissarsi all'ora del tè, lui si compiace dell'oscurità mattutina, che fa tanto Norvegia.
Naturalmente ognuno ha i suoi accoliti, e quando la famiglia allargata è al completo le compagini si affrontano trascurando ruoli e gerarchie.
Ma quest'anno non voglio essere colta alla sprovvista. Perchè, pur sottolineando che mai e poi mai rinuncerò alla glorificazione dei mesi più caldi, è ovvio che opporsi al moto di rivoluzione terrestre risulta piuttosto inefficace.
Quindi affronterò l'annuale traversata nelle terre estreme organizzando il giusto equipaggiamento (atto a scaldare corpo e anima), come ogni provetto esploratore insegna. Sicuramente necessito di:

- scorta di preparati per cioccolata calda, gusti vari
- cappotto blu a godet - stile zarina -
- per la serie "non ho mai le scarpe adatte", delle scarpe adatte
- un plaid fatto a mano - punto riso -
- collezione di calze parigine a righe, rosse, verde smeraldo, azurro cielo
- un buon liquore all'uovo, che vorrei produrre da me (ma è un'ipotesi forse troppo romantica)

Ed ora, un bel respiro e sono pronta a partire. Che dio ce la mandi buona.

mercoledì 6 settembre 2017

Benvenuto rancore


Non è che tutta la gente con cui lavori ti deve andare a genio, si sa.
Nel mio ambiente in scala ridotta, dove il gomito a gomito è d'obbligo, si potrebbe idealmente auspicare ad un filo di sana tolleranza reciproca. Invece no, se uno è stronzo, è stronzo. 
Un po' tenti il confronto e il dialogo, un po' eviti, ma a volte finisci proprio per troncare. Bello non è, considerando le situazioni in cui tocca fare buon viso indossando smaglianti sorrisi: riunioni docenti, colloqui con le famiglie, plenarie scolastiche.
Fino a prima, prima della consapevolezza che nella vita mi è concesso formulare apertamente opinioni che altri possono non condividere (non cadrò colpita da una folgore, non verrò crocefissa, non resterò sola fino al giorno della mia morte, ecc...) ero stata un po' amica di tutti. Che significa avere una struttura così liquida e plasmabile da infilarsi in qualsiasi bottiglia. Che suona tanto vile e opportunistico, da potersi definire "paraculismo". 
In verità, ero terrorizzata dall'idea di perdere. La disapprovazione, il contrasto, il conflitto, mi parevano l'anticamera di penosi e laceranti abbandoni.
Dopo, quando tutto ha preso un altro corso (e purtroppo è storia recente), ho recuperato con gli interessi. Non sapevo capacitarmi di cotanta libertà: davvero potevo dissentire, inveire, colpire e affondare? 
Ecco, vuoi perchè furori e veemenze li ho coltivati fuori tempo, vuoi perchè nasco fatta di tiepida polenta, d'essere bastarda non mi è mai riuscito. Costituzionalmente. Magari sbotto, faccio caciara, mi inalbero, piango, uso il turpiloquio, ma la sottile arte dell'infamia non era roba mia.
Fino a qualche mese fa.
Quando hai a che fare con creture preziose come i bambini e con i loro genitori (oggi molto ansiosi e fragili), è un niente che rischi il rogo. Chiedi di riordinare le classe e li hai schiavizzati, intimi il silenzio e castri il loro bisogno di espressione. Per dire.
Ecco, io tempo fa ho voluto tutelare qualcuno, evitandogli la gogna. Ho fatto sì che alcuni fatti venissero messi nella giusta luce, per scongiurare un clima di caccia alle streghe, così facile da nutrire e fomentare. Ho preso, per questo qualcuno, una posizione precisa, anche se fra noi non correva buon sangue. Sono stata oggettiva e pulita, nonostante le troppe incomprensioni.
Ebbene, adesso questo qualcuno ha creduto che non fossi degna dello stesso trattamento. Ha deciso di raccogliere le mie schiette parole e le ha intagliate, mozzate, affilate. Ha riferito frasi e gesti strappati dal contesto, per dar corpo alle sue insinuazioni, ha usato ingegnosi strumenti fuori dalla mia comprensione. Con la stessa espressione sorridente che mi riservava ogni mattina, ha inferto colpi feroci, profondi e indelebili.
Allora ho sentito in bocca un sapore metallico, acre. E ho capito che se n'era andata quella leggerezza bella, che non avrei più guardato all'altro con trepidazione e fiducia e voglia di scoprirmi.
Ma sì, meglio tardi che mai.

giovedì 31 agosto 2017

Cose difficili, cose belle

Sarei in vacanza. A parte il caldo africano, un posto bello da morire.


La iella ci ha inseguiti in modo piuttosto tenace, così non ci pare d'esser tanto feriali, ma mi consigliano di non riferire la lista delle sfighe, perchè sembra che metterle in evidenza ne calamiti altre. Sia mai.
Dico solo che ieri mattina stavamo al pronto soccorso. Basta arrivare a metà Italia e capisci tutto quel menzionare l'efficienza del nord est. E lo dico con amarezza, perchè questi luoghi mi piacciono e questa gente mi incanta, ed è piuttosto triste che funzioni così. 
Insomma dicevo che eravamo al pronto soccorso e si attendeva in una sala d'aspetto. Avevo in borsa una cosa da leggere, ma non ho avuto modo, in quanto l'umanità presente era talmente variegata e interessante da non lasciar spazio ad altro.
L'attenta analisi delle somiglianze perentali, di alcune note caratteristiche (padre e figlio con baffetto rovazziano, donna mezza età con smalto verde acido coordinato mani e piedi...), dei dialoghi per nulla risevati, ha reso fluido il tempo. Avrei pure pagato il biglietto, se me l'avessero chiesto.
Comunque ad un certo punto arrivano due mussulmani. Lo capisco perchè l'uomo adulto indossa una tunica lunga e il colore della pelle è scuro, ma non tanto. Il ragazzino veste all'europea ed è secco secco con due occhi enormi. Si siedono. Dopo un poco arriva un'infermiera e parla con l'uomo, che però non risponde e guarda il ragazzino, in attesa. Quello traduce tutto, dall'arabo all'italiano e viceversa, con un fare consumato e dignitoso che commuove. Avrà undici o dodici anni.
Nella stanza c'è anche una signora in carrozzina, accompagnata dalla figlia. Da un po' l'anziana chiede di andare in bagno, ma la figlia esausta teme che arrivi il loro turno proprio mentre si allontanano. Poi si decide, e due minuti dopo un medico che pare appena uscito dal bagno 23 di Follonica, le chiama a gran voce.
Il ragazzino, che nell'attesa aveva appoggiato la testa sulle ginocchia del padre, si alza senza che nessuno glielo suggerisca. A passi svelti raggiunge il corridoio, il bagno e avvisa le signore.
Noi, rimasti col culo sulla sedia, ci scambiamo sguardi un poco vergognosi.
Quando il ragazzino riprende posto, le parole mi escono da sole, non posso trattenerle: la mia maestritudine è cronica, non va mai in villeggiatura.
"Sei stato veramente bravo, grazie".
Lui mi guarda di taglio, arrossisce molto e poi con un sorriso fiero si riadagia sulle ginocchia del papà.

sabato 26 agosto 2017

Sono una peccatrice

Il contagio mimetico comporta questo tipo di aggregazione apparentemente spontanea. La folla è unita e sicura che il sacrificio sia giusto e soprattutto utile alla ricomposizione della crisi. Questo perché, una volta contagiati, gli uomini sono letteralmente accecati e perciò incapaci di rendersi conto del male che stanno andando a fare, dell’estrema ingiustizia ed infondatezza della violenza contro il capro espiatorio.
(R. Girard) 
 

Gli infelici si annusano, si tastano, si riconoscono. Chini gli uni sugli altri si spulciano, sgarfano gli angoli acuti della privazione e i vuoti che essa genera. Poi si accostano e mettono assieme tutti i "senza" che portano addosso.
Senza carne, senza domande, senza solfiti, senza buon sesso, senza lieviti, senza risate grasse, senza chiappe, senza alcolici, senza capriole, senza zucchero.
Una volta accorpate, le persone "senza" non si sentono più sole e dipingono le loro dolenti mancanze di giallo, di azzurro, di virtù. Si raccontano che loro sono altro, rispetto al resto e gli par come  - finalmente - di elevarsi. I "senza" allora si fanno "più" e calamitano a sè lustri aggettivi quali onesto, integro, probo, degno di veicolare la verità.
Giunge così l'ora del riscatto: gli infelici diventano fieri portatori di bandiere o paladini di grossi nomi con cui si riempiono la bocca, perchè nessuno sa perorare una causa meglio di chi si è sentito incompreso.
Tutto quel poggiarsi a certezze, riferimenti, monolitici dettami (giudicando pesantemente chi non vi si affilia), suona come la necessità di costruire scatole ermeticamente chiuse, che impediscono di vedere, cogliere differenze, lasciarsi sedurre.
Come dire, alla fine non mangio un Cornetto Algida perchè temo sia troppo buono. O non mi acconcio i capelli perchè ho il terrore di essere guardata, tentata. Scelgo una via retta, perchè priva di possibilità e alternative.
Colpisce poi come i soggetti in questione perdano quindi in modo definitivo la dote salvavita per eccellenza: l'ironia.
Più passa il tempo e più coniugo l'intelligenza viva con la capacità di guardarsi intorno lievi, come di passaggio, prendendosi un poco per il culo.
E scelgo persone che nutrono dubbi, che sposano una sana incoscienza, che mangiano costicine abbrustolite o torte con la panna, che osano guardare fuori dalla scatola. Perchè non hanno paura, perchè non sono infelici, perchè peccano.

domenica 20 agosto 2017

One day

Ci sono giornate che ne valgono due, altre che durano poche ore.
Ieri è stato un giorno matrioska: ne conteneva tanti alti, più piccoli e diversamente colorati.
Alle 8.30 eravamo già sul sentiero. Fresco sulle braccia, capelli sciolti che non serve tirarli su. Falcate lunghe e chiacchiere in principio, poi silenzi e passi brevi man mano che si saliva. Il cane a girarci intorno come fossimo le sue pecore, in nome degli antenati pastori.
In cima faceva quasi freddo e il cielo ha cominciato a brontolare. Però c'era quel cippo che non avevamo mai visto, e ci è toccato sederci un attimo ad onorare l'essere lì, assieme.

Traduzione: non smetrterò mai di amarti, anche se la vita ci ha diviso. Ciao amore mio.

Le nubi si sono addensate in un attimo, come accade in montagna: siamo scesi quasi correndo. Ma niente da fare, due salti e son venute giù secchiate d'acqua, mentre il bosco grondava assieme ai miei capelli. Dall'inizio dell'estate sognavo una pioggia improvvisa, torrenziale, e nessun ricovero. 
Con un sorriso fesso alzavo la testa, aprivo la bocca, mi bevevo le gocce fredde. Fradici siamo arrivati giù, lui si è voltato e ha detto "la mia miss maglietta bagnata", che in quella prosa c'era tanta lirica da riderci in due.
Poi svelti a casa, pane e salame al volo, perchè il frigo era vuoto e dovevamo assolutamente fare una spesa. Doccia, cambio e via di nuovo in macchina.
Vuoi la corsa che mi aveva fiaccata un poco, o l'ebbrezza. Fattostà che pioveva ancora, e uscendo dall'alimentari al volo, per mettere in salvo il pane, ho aperto la portiera dell'auto con una certa foga. E niente, me la sono sbattuta in faccia, precisamente fra il naso e la bocca. Al di là di un dolore atroce, che mi ha fatto nascondere dietro le mani e singhiozzare come una bambina, è stato lo smacco a far tanto male. Quel sentirsi imbranati, avulsi, goffi.
Come miss maglietta bagnata ho ancora parecchia strada da fare.


giovedì 17 agosto 2017

Poesia e prosa

ore 7
Mi sono iscritta ad un master, da tanto tempo ce l'avevo lì. Costa un botto e questo mi frenava, ma a casa abbiamo deciso che era giunto il momento. Il dentista può aspettare ancora un po'.
Studiare mi piace da matti, tutto quel sottolineare compulsivamente trovando ovunque assonanze e richiami, tutto quel piazzare post-it e metter giù schemi, mappe, riassunti. E le frecce? Cosa vogliamo dire delle frecce? Lunghe, corte, curve, che rimandano alla pagina tale, al tal concetto, all'esempio perfetto. Qua e là vergo anche un punto esclamatico, una piccola nota. Le mie dispense sono carte che mostrano la geografia di come imparo, che indicano le strade tracciate per comprendere.
Trascrivo le parti che mi suonano dentro, che illuminano qualcosa che prima stava al buio, che danno parole ad un pensiero che avevo in bozze. Sono appunti che restano per sempre.
Ho da sempre una memoria visiva eccezionale, mi basta leggere un paio di volte e porto dentro i concetti chiave, le definzioni, perfino qualche data e nome.
Ovviamente se le cose che studio mi piacciono è tutto più semplice, la memoria selettiva funziona così. Dovessi leggere di economia o fisica teorica sarebbe un'altra musica.
E insomma alle 7 piazzo tutti i miei strumenti sul tavolo da cucina e inizio un lavoro poco metodico (mi siedo, studio, poi sento l'esigenza di un caffè, mi risiedo, studio, verso il caffè, studio, silenzio il cellulare, accarezzo il cane, studio, mando un messaggio, studio...) ma per il mio personale bilancio energetico, molto efficace.
Vien solo da chiedersi se servirà. Nel senso che serve a prescindere, perchè credo fortemente nel nuovo che scombina un po' le certezze e le riassesta, che obbliga a cambiare assetto, sguardo, postura. Quindi senza dubbio insinuerà dubbi che vorranno risposte che implicheranno ricerca, e alla fine l'evoluzione è tutta lì. 
Ecco, però oltre a riempirmi di quesiti svotandomi le tasche, mi piacerebbe proprio che servisse nella pratica, facendomi salire uno scalino nella prosaica evoluzione dell'homo laborans. Che ai bei concetti e alle belle persone occorre pure materialistico riscontro.

lunedì 14 agosto 2017

Com'è andata


Sono sempre stata attratta da ragazzi inadeguati, inaffidabili e asociali. Accompagnarmi a soggetti alternativi, fuori dalle righe, mi pareva il gesto più estremo di protesta, lo schiaffo meglio assestato alle speranze che i miei genitori (più o meno consapevolmente) riponevano in me.
Così se fuori di scuola tutte le mie compagne dispensavano frivoli sorrisi ai portatori di grosse cilindrate e maglioncini dallo scollo a V, io chiedevo "hai da accendere?" al tipo biondo e parecchio rasta seduto in una vecchia 850. 
Spesso i soggetti in questione esprimevano il loro disagio esistenziale con gesti variamente forti e provocatori, come passare col semaforo rosso, dedicarsi alla street art notturna o bucarsi l'orecchio con un ago da calza. Il più centrato è finito negli Stati Uniti ed esercita la body painting.
Ho incominciato prestissimo, ma mi fidanzavo per modo di dire. Nel senso che loro anelavano ad una musa spregiudicata stile Courtney Love, e io sì e no mi facevo baciare. Quell'inconsistenza ribelle piaceva alla me sovversiva, ma non rassicurava la bambina complessa che ero, piena di inquietudini e ferite.
Così finivano per stancarsi della maestria con cui scansavo i loro vigorosi brancicamenti e veleggiavano altrove. Ma poco m'importava.
In un tiepido giugno, un punkettone con le braghe rosa zeppe di spilloni da balia e scritte anarchiche mi corteggiò goffamente. Disse una sera, per allentare la tensione: Cara-mella, manda-rino è morta-della. Consegnargli cuore, attese e affanni, mi parve la cosa più giusta del mondo.
A volte lo racconto a Edoardo e Jacopo, di com'è andata fra mamma e papà. Li diverte moltissimo.

mercoledì 9 agosto 2017

Tante estati


Agosto mi porta le estati passate. Sarà per la sua forma lunghissima e perlacea,  per il languore di lenzuola e penombre, o per il suo odore dolce di mele disfatte.
Indugio ad agosto, attendo le cose tornare con la risacca.
L'estate in cui precaria sulla bici del nonno vado con la Alessia a comprare il pane in capo al mondo, perchè dietro il banco ci sono due fratelli, belli da morire, che ci chiamano "ragazze". Appena fuori ci sediamo sotto l'albero a sbocconcellare il pane fresco, e immaginiamo il giorno in cui li sposeremo e diventeremo nuore. Ma no, si dice cognate.
Torna quella brada, in due sul Ciao rosso del Paolo, che siamo troppo piccoli per dare un senso a quella prossimità piena di segreti. Allora lui dice "fai la radio!" e io urlo a squarciagola Johnny, we're sorry, won't you come on home.
L'estate a passeggio sul lungomare di Paestum, i sandali intrecciati, aria densa di sugo rosso e salso. Così tante luci e suoni e facce da aver paura di perdere i bambini. Stringo le loro mani troppo forte, mentre il cuore fa il balordo e io lo metto in castigo dietro la lavagna.
E poi l'estate del guardaroba regalato in blocco, che tutto mi balla addosso, le ossa del bacino pungono se dormo a pancia in giù. Una sigaretta via l'altra nel francobollo della terrazza in città, che son le tre di notte e non c'è nessuno da poter chiamare.
In questo agosto di fiume e ciottoli, archivio ricordi che sanno di asfalto bagnato e cocomero.

domenica 6 agosto 2017

Agosto di commissioni e incombenze


Porto la bestiola al controllo veterinario, col caldo aveva manifestato qualche problema intestinale. 
Nella sala d'aspetto schifa gli altri cani presenti, non si lascia annusare le terga, come fan tutti. Si ripara fra le mie gambe se un suo simile prova ad accorciare quella che lei ritiene una sana distanza di sicurezza. Nei confronti degli umani invece, è tutta un languore seduttivo. Scodinzola, annusa, uggiola, manca solo che sorrida e faccia commenti di circostanza. Che  ne so, sembra lì lì per dire scuotendo la testa: "è l'umidità a fare la differenza, cara signora".
La dottoressa mi chiede se mangia, se beve. Rispondo che sì, mangia e beve, ma solo se staziono nei pressi, altrimenti fa anche a meno. Mi tocca intimarle "dai Olli, bevi", allora beve.
"Questa non l'avevo mai sentita", dice ridendo la dottoressa mentre la ausculta.
Seduta sotto alcune foto di gattini e conigli nani, mi vien su un pensiero.
"Scusi eh. Non è che Olli crede di essere umana, vero?" 


Vado in Posta per ritirare un pacco e trovo un impiegato che non ho mai visto. Qui l'ufficio postale ha tre sportelli, una manciata di dipendenti e un direttore che tutto sovrintende aggirandosi con aria torva nelle retrovie. Magari qualcuno è in ferie e il mio uomo fa supplenza.
Nonostante sia piuttosto giovane, porta occhiali spessi dalla montatura dorata e sfoggia una polo di filo a righine. E' evidente che da qualche parte sono ancora legali.
Gli consegno il cedolino per il ritiro, già inserito nel documento. Lui, senza mai guardarmi in faccia, esegue una sorta di rituale: apre e chiude il mio documento più volte, legge e rilegge il cedolino, lo compara a non so quali dati che evince dalla schermata del pc, si alza e apre un armadio, sembra cercare, poi si risiede e torna al cedolino, al documento, al pc. Per tutto il tempo mormora cose incomprensibili e lancia sguardi in tralice alle mie tette. Mi controllo e mi accollo, anche se scollata non sono, che non vorrei distrarlo.
Fra le ante di un armadio socchiuso che ha appena esaminato mi pare di riconoscere il mio pacchetto.
"Secondo me è lì", dico indicando timidamente, ma lui bofonchia qualcosa rivolto alle tette, prima di rivalutare il cedolino e riprendere la sua penosa ricerca sul retro.
L'impiegata che conosco e sta nello sportello a fianco decide di mettere fine allo strazio e si avvicina.
"Qual è?", mi chiede. 
"Quello con la scritta verde", dico io.
Urla trovato! e si allontana alzando un poco le sopracciglia.
Lui torna, recita alcune giaculatorie e mi allunga almeno otto carte da firmare prima di porgermi il pacchetto. E il breve saluto che formula, a denti stretti, non è rivolto a me.

giovedì 3 agosto 2017

Sbagli


Mi ci è voluto un attimo per incassare il colpo. Non troppo a dire il vero.
Pensa che tu abbia fatto solo scelte sbagliate. Ecco, sentirselo dire (a prescindere da chi sta pronunciando la frase e dal peso che si può dare al soggetto citato) causa un vago capogiro. Transitorio però, perchè nel giro di qualche minuto, mi è salito l'incazzo.
Mi piacerebbe che questa persona, invece di pensare alle mie scelte, ponesse l'attenzione su di sè. Non certo perchè mi permetto di giudicare le altrui vite, io me ne guardo bene, bensì per riportare quello sguardo critico sulla sua, di esistenza. Come consiglio spassionato.
Che per dire, a me fa sempre un gran bene passare al setaccio azioni e parole, quelle che eseguo e pronuncio. Le osservo un po', mi chiedo se corrispondono al vero. Ecco, se il mio fare e il mio dire sono lo specchio di quello che davvero sento o penso, se non sono viziati da secondi fini, paure, irretimenti, parallele intenzioni, allora dormo sonni tranquilli. Altrimenti mi bastono. Perchè mi capita di non essere proprio vera, di agire dominata da qualcosa che magari non so vedere.
Mi piacerebbe suggerire, a colui che pensa, l'uso quotidiano del setaccio. Se vuole, ne ho due o tre di riserva, sia mai che resti senza.
Fa da sorridere fra l'altro pensare che a forza di sbagli sono questa qui. Che non sniffo la colla, non dormo sotto un cartone, non la dò via al primo che passa.
Le scelte sbagliate alle quali ci si riferisce sono comunque essenzialmente due (abbandonare un sicuro impiego statale e divorziare), che per osmosi hanno ammantato di sbaglio tutto il resto.
Non perdo tempo spiegare, a chi si arroga il diritto di opinare, che uno sbaglio implica una scelta e che non sempre ci è data tale opportunità. Inoltre, se nel ventaglio delle scelte si annovera quella dello struzzo io me ne dolgo, ma trovo scabroso vivere nell'irrisolto.
Non perdo tempo a raccontare, a chi non sa vedere, dei tanti segni e di nessun rimpianto.

sabato 29 luglio 2017

Un buon tacer



Mi fanno male il collo, le spalle, sto parecchio rigida in questi giorni. Torniamo dalla spesa un po' stanchi, fuori ci sono 30 gradi. Scarichiamo tutto, sistemiamo la roba in frigo, ancora con le scarpe addosso. Mi pulsa la testa. Decidiamo di aprire una bottiglia che stava in fresco, vado in bagno a lavarmi le mani prima di mettermi ai fornelli.
"Vuoi un massaggio per quelle spalle?", lo sento dire dalla cucina, mentre mi cambio. 
Lo voglio eccome.
Cerca la pomata altoatesina, quella che resuscita i morti e mi aspetta sul divano.
Lo raggiungo corrucciata, scalza, coi capelli malamente raccolti. Lui mi guarda tutta.
"Ce biele che tu sês", dice in un fiato.
Che ogni tanto, per le cose di pancia, gli viene su il friulano. Sì, gli sembro bella proprio.
Mi scapperebbe il siparietto. Ma come bella, che son tutta malconcia e dolente e repulsiva?
Invece saggiamente taccio, e me la godo.

mercoledì 26 luglio 2017

Piccole cose


Ho sempre chiesto di me, del mio valore, agli occhi degli altri. Quanto bella, brava, simpatica, quanto amabile ero. Solo poi ho capito, pesando il costo e lo strazio di plasmarmi per quegli occhi, che era ora di smetterla. Ma è cosa recente.
Così mentre - con fatica - imparavo a farmi qualche carezza, mi sono ritrovata a mandar giù tutto questo biasimo. 
Ecco, se mi accusassero di crimini contro le piante da terrazzo o sventolassero il mio triste curriculum da casalinga equilibrista e pasticciona, allora ok. Invece no, qui si parla di quello che mi appartiene, che mi pare di far meglio.
Perchè se dovessi citare due cose che ho fatto bene nella mia vita, due cose compiute con cura e amore, quelle sono i miei figli e il mio mestiere. Sì, le cose belle e luminose alle quali ti appendi pure nel più cupo dei giorni, che le guardi e sorridi anche se non vuoi.
Meno male che i figli vengon su uno splendore.
Ovvio che masticare disprezzo fa la bocca cattiva, e poi tutto ciò che mangi ha quel sapore. Anche le robe dolci. 
Succede allora che dovrei godermi le ferie e invece dormo poco, mangio alla cazzo e in preda ad impulsi o rigetti viscerali. Succede poi che interpreto male anche altri segnali, che mi sembra di essere inadeguata e brutta e sciocca e poco interessante. Che mi si inceppano le parole, che mi si annodano i capelli e alla fine non mi posso nè ascoltare nè guardare.
Mica dico sia giusto, o razionale. Chiaro che pesco nei miei fantasmi adesso, chiaro che non dovrei.
Ecco, tutto ciò per raccontare di ieri sera. Ci eravamo appena seduti a tavola, quel momento in cui ancora ti sistemi sulla sedia e metti il vino nel bicchiere. Si parlava. Dalla porta finestra aperta ho visto, con la coda dell'occhio, entrare qualcosa. Ma discretamente, silenziosamente, eppure risolutamente. Un uccellino rotondo dai grandi occhi si è posato sulla tovaglia, di fronte a me. Ha alzato e abbassato il petto marroncino e morbido due o tre volte, tranquillo e immobile, appena il tempo di accorgermi che c'era e di portare una mano alla bocca.  Poi si è voltato ed è uscito così come era entrato. Senza un frullo, senza un suono. 
Non sono matta, non del tutto perlomeno, ma un istante dopo avevo le lacrime agli occhi. 
E non so dire perchè.


domenica 23 luglio 2017

Inno alla mestizia


Insomma ce l'hanno fatta. A ripensarci, era chiaro da subito. L'ideologismo si maschera da buonismo che si palesa in turpi azioni vestite di rosa. 
C'è ottusa determinazione, c'è ferocia nel modo in cui hanno diffuso il tumore, costruendo narrazioni così manipolate e intrise di pretesti, da risultare ridicole.
Ma il cancro ha viaggiato (perchè nessuno sa essere più convincente di chi si mette in bocca la parola verità e il popolino bue ama i paladini, poco importa se portatori di menzogna).
Ho inghiottito mille volte quest'anno, ho fatto la gran signora. Quante cose avrei potuto ricordare loro, quante risposte secche, affilate, contundenti, avrei potuto scegliere. Non l'ho fatto, e forse qui risiede il mio errore, ma proprio non mi calza l'assetto da guerra.
Sono quelle risposte mancate a svegliarmi di notte, e un dolore che sbatte rabbioso. 
Credevo scontata la corrispondenza fra azioni compiute e parole pronunciate: parole da stronzo/gesti stronzi, parole garbate/gesti garbati. Che grossolana e fastidiosa ingenuità.
Perchè c'è chi ti consegna i più larghi sorrisi mentre a tua insaputa asfalta la tua strada di fango, merda, calunnia. Scopro l'acqua calda cazzo, ma non so davvero come si possa. Io non so.
Di sicuro imparo, ancora una volta e tristemente, a stare in guardia.
Così mi appresto ad attraversare un altro corso d'acqua. Niente ponti o passerelle, niente punti d'appoggio per guadare. Del resto nella mia vita i passaggi, le mutazioni, i cambi di rotta, li ho fatti sempre un po' alla cieca, senza rete. Non sono una che pesa le conseguenze, che sa far strategia, basta guardarmi. Curioso che qualcuno immagini il contrario.
Mi si diceva l'altra sera, nel tentativo di addolcire il mio disincanto, che le persone come me (ma che persona sono io?) non suscitano blande risposte. Se piaci, piaci da matti, se stai sulle palle, ci stai pesantemente, a gamba tesa. E capita a volte che tu stia pesantemente sulle palle a chi piacevi da matti, perchè "da matti" significa rulli di tamburi, cuore in tumulto, fiato sospeso: chi mai è all'altezza di cotanta attesa?
Torno sempre là. Alle cose tiepide che non sono me, a me che disdegno le tinte neutre. 
Indossa la mestizia Gioia, annuisci pudicamente e per favore smettila di sviscerarti senza ritegno. Che così chiassosa propro non ti si può guardare.

lunedì 17 luglio 2017

Ricetta


Gli esseri umani contengono svariati ingredienti, miscelati in proporzioni dissimili. 
Allegria, opportunismo, animosità e nostalgia q.b., ad esempio.
O pignoleria, dolcezza, determinazione e un pelo di presunzione. E via così.
A volte sono gli altri, con il loro farci da specchio a mostrarci di cosa siam fatti. Altre volte, immersi nelle contingenze, nel fare e nel dire, ne cogliamo da soli peso e misura.
Capita così che in questa fase della mia vita io faccia i conti con gli ingredienti base, quelli che rendono una donna con due braccia e due gambe, una Gioia fatta e finita. 
Ad analizzarle bene, le due sostanze sembrano incompatibili quanto il limone e la panna montata.
Se però prendiamo come esempio la pizza, in cui acqua e farina la fanno da padrone, possiamo osservare che i due ingredienti principali rappresentano in realtà degli opposti: secco, polveroso e inerte il primo, liquido, argentino e vivo, il secondo.

Ingredienti per fare una Gioia:
Ingrediente A: Slancio verso l'altro.
E' l'ingrediente che fa di me un animale gregario, mai sazio di carezze e parole, capace di occuparsi nello stesso momento di un cuore infranto (al telefono), di un piatto su richiesta (ai fornelli), di un problema matematico (col labiale) e del campanello che trilla (sorvolando cani e oggetti sparsi). 
Si incarna nell'attitudine a mettere da parte stanchezze ataviche e necessità impellenti dinnanzi a agli affetti, alla loro presenza, al bel dare. Si concretizza nel piacere viscerale di avvolgersi in quella trama densa e rassicurante che solo le corrispondenze amorose riescono a tessere.

Ingrediente B: Anelito alla tana.
Scoperto in fase recente - ma non per questo degno di minore rilevanza - si palesa in modo fulmineo e decretando una certa urgenza: la risposta dev'essere immediata e concreta.
Nel momento in cui B domina su A (abbastanza raramente, va detto), Sweet Joy deve far largo ad una sua riottosa e agguerrita copia.
Necessito in quei momenti di spazi e tempi assolutamente miei e desidero eseguire azioni per nulla consone alla vita comunitaria e vagamente triviali, tipo:
- aggirarmi seminuda per casa
- mangiare roba fredda in piedi davanti al frigo
- seminare la biancheria dove capita
- piazzare un pezzo dei Black Eyed Peas fino a far vibrare i bicchieri
- guardare per l'ennesima volta Ghost con un calice di Prosecco a destra ed il pacchetto di Kleenex a sinistra
- nutrirmi di cose tossiche
- svegliarmi alla 10, pranzare alle 11, fare merenda alle 17, cenare alle 22, fumare due sigarette alle 24 guardando le stelle e leggere/scrivere finchè la testa non crolla (orari assolutamente aleatori e passibili di modifiche).

In verità A tende a giocare sporco, in quanto ad un tratto (spesso al punto "nutrirmi di cose tossiche") manda avavti i sensi di colpa, suoi fidi emissari.
B in quel frangente può solo constatare la disfatta e ritirarsi in buon ordine, lasciando il campo ad A e alla sua fitta rete di gesti, parole e appaganti interdipendenze.
Questa salvifica dinamica, porta nel mio ecosistema una certa armonia, bilanciando le istanze e i vettori.
Ecco, l'importante è non prendere sotto gamba B, perchè a lui basta poco, ma se gli girano non ce n'è per nessuno.

martedì 11 luglio 2017

Pop me


Non saprei riconoscere una sonata di Chopin o apprezzare un assolo di Knopfler. Ma individuo la sigla di Lupin III dall'attacco della fisarmonica.
Non metto in sequenza i presidenti americani, ma potrei datare l'esordio del gioco dei fagioli con una certa precisione.
Ho una cultura pop.
Questo non significa che faccia mia tutta la spazzatura, che ingurgiti ogni cosa senza un filtro. Ma guardo senza imbarazzo Real Time mentre sbrigo una questione di lavoro via mail. Ascolto un pezzo di Lady Gaga mentre cerco la ricetta del tabulè. O gioco con un certo accanimento a Quizduello, che tanto concilia il sonno.
Il pop mi incuriosisce, mi attrae anche nelle sue accezioni più kitsch. Lo osservo curiosa, lo assaggio, ne getto gli scarti. Ho guardato tre puntate di "Uomini e donne", ancora agli albori: l'ho trovato così triste e meschino da causarmi una sorta di nausea. Ho letto un libro di Fabio Volo, mi è sembrato tanto insulso e mediocre da destinarlo alla carta straccia. Ma come dire, non ho preclusioni, mi va di poter dire "è una merda solenne" perchè ci sono andata abbastanza vicino da annusarla.
Si potrebbe eccepire che il tutto suona come una gran perdita di tempo. Invece no. Perchè se ho amato Saramago è anche grazie a Fabio Volo. E se mi garbano tanto Ang Lee o Van Dormael, posso dire un po' grazie a Gabriele. Muccino intendo.
Il gioco dei contrasti mi è sempre piaciuto: la bellezza si fa più splendente quando poggia sul fango. Che poi sia chiaro, non rinnego affatto il mio fango. Lo esploro con grande attenzione e spesso ne cavo dei buoni pezzi. Pezzi che a volte mi fanno la vita leggera, come quando ho ballato il Gangnam Style con i miei figli, ridendo a crepapelle. O quando con l'amica del cuore, seguace di X Factor,  mi lancio in azzardati pronostici e vibranti sermoni a difesa del mio favorito. C'è da divertirsi un mondo.
Che pure alla sagra del paese, sulle note di una polketta dallo squallido tempo binario, farei due salti in compagnia. Tanto io sono pop, non ho nulla da perdere.

venerdì 7 luglio 2017

Un senso

Il piccolo museo degli esploratori
L'idea di tornare al lavoro, per coprire il mio turno al centro estivo, mi turbava non poco. 
Si arriva a metà giugno cotti, sfiniti, col pre/post esami per trenta ragazzi che toglie il sonno. Poi se dio vuole tutto finisce, saluti e vai al mare. Nuoti, mangi frittura di pesce, ti stiracchi e divori libri come se non ci fosse più un domani. 
Ma purtroppo il sogno brucia velocissimo e come in una brutta malia, ti trovi nell'ingresso della scuola ad accogliere il primo recalcitrante iscritto al centro estivo. Sì, quella realtà in cui bambini stufi marci di fare mille cose dovrebbero impegnarsi lietamente a fare ancora mille cose. Quel posto dove qualcuno, detto anche "animatore del centro estivo", si prodiga nel coinvolgere i bambini di cui sopra in moltissime allettanti  e ridanciane attività, che loro tendenzialmente schifano. Perchè anelano soltanto a farsi un po' i fatti loro. Scavando buche, sfogliando un Topolino, ciondolando pigramente dal divano al terrazzino. In mutande magari.
Ecco, preferisco di gran lunga la scuola, le lezioni, il programma, l'orario scandito e il sentore di quaderni nuovi.
Contro ogni pessimistica previsione, quest'anno è andata bene, ma bene in modo strano. Perchè da subito mi sono sentita in un bel flusso, come se tutto funzionasse oliato e senza resistenza alcuna. Nonostante le differenze - il più piccolo meno di cinque anni, la più grande quasi dodici - ci siamo intesi e ognuno ha scelto il suo posto.
Mentre ieri stavamo sulle panchine, sotto gli alberi con i sacchetti della merenda, ho pensato al senso di pieno. Mi accompagna quasi sempre adesso e - lo realizzo proprio lì, seduta su quella panchina - è venuto dal buon fare. Dal credere fermamente che nel mio piccolo, sono capace di costruire un poco di armonia. Fa proprio bene.

sabato 1 luglio 2017

Patologie



Che io sia affetta dal morbo jealousy è cosa nota. Sono proprio nata col virus, che al tempo se ne stava annidato nella minuscola cassa toracica, inattivo. Perchè è proprio quello il quartier generale di jealousy, il luogo segreto da cui scocca dardi incandescenti: lo spazio fra lo sterno e la quinta vertebra toracica. 
C'è voluto poco affinchè il patogeno si facesse virulento. Un bel giorno d'estate, mentre leccavo un gelato seduta sul mio passeggino con le gambe a ciondoloni, colsi lo sguardo della mia mamma rivolgersi ammirato verso un essere perfetto. Vestitino stirato, scarpette lustre, scriminatura inappuntabile. La bionda dea dei fiori ricambiò lo sguardo di mamma con un sorriso bianco e luminoso, poi proseguì nell'aureo incedere.
Scoprii quel giorno che jealousy possiede artigli acuminati e zanne potenti, che sa infliggere ferite laceranti e profonde. Ferite con la tendenza a cronicizzare, nel caso in cui le cure non risultino massimamente tempestive ed efficaci.
Ora, vivere con jealousy in corpo non è una passeggiata (e potrei mordere chi viene a dirmi che jealousy non esiste, che è un insano riflesso delle umane paure, o un'emozione sopravvalutata e primordiale), ma come tutti gli inguaribili, ho imparato ad averne il - parziale - controllo. 
Riconosco i segni che ne annunciano gli accessi, provo a visualizzarla come una palla scura dentro di me (tu non sei la tua gelosia, cretina!) e mi impongo contegno nelle parole e nei gesti (magari mi verrebbe da dire "quella sciacquetta dalle cosce grosse poteva anche chiudere il suo forno se doveva dire una tale fila di stronzate", accompagnando la frase con un dito medio alzato all'altezza della faccia, invece taccio e sorrido). Anche se potrebbe sembrare liberatorio e catartico abbandonarsi alla paurosa sintomatologia che jealousy determina, tocca stare molto in guardia. Perchè la bastarda ti prende la mano, ecco.

Tutto questo pippone di preambolo, per riportare un singolare dialogo.

Io: Sai, qualche volta quando vai in montagna con la bici, mi dico che magari troverai una brava come te, pure gnocca. Mi immagino che lei ti si affianchi, muscolosa e molto in forma, esclamando "che strepitosa bicicletta", stuzzicando così il tuo orgoglio di atleta e possessore di meravigliosa/sudatissima bicicletta.
Ecco, penso che arrivati in cima farete una pausa insieme, bevendo avidamente dalle vostre borracce degli accattivanti integratori colorati e che lei in quel momento ti passerà il suo numero di telefono...
Lui: Sia chiaro che me, nessuna mi affianca. E se anche mi affianca le faccio vedere io chi mangia la polvere.

Ecco, psicologia femminile vs psicologia maschile. C'ho ancora molto da imparare.

domenica 25 giugno 2017

Isole


Ci piace quest'isola secca e lunghina. Somiglia a un'elisione senza disciplina, a un segno meno tracciato con poca convinzione, a una luna sottile e bambina che gioca a fare il morto. 
Come sempre siamo partiti prestissimo e abbiamo fatto parecchia strada in macchina, svegli quanto basta per tenere gli occhi sulla strada. Che sei lì a chiederti: ma ho preso la crema solare?, e non ti capaciti di essere partito veramente. 
Poi succede che di botto, appena scendi sul molo e fai i biglietti per il traghetto, sei in vacanza. Sarà quel bianco che riflette ovunque il sole, o l'odore del catrame che confonde. E viene da fare una cosa vacanziera, tipo comperare una vaschetta di patate fritte anche se sono le nove del mattino, o annodarsi sul fianco un telo mare.
Pure le altre volte, nell'attesa, ci è piaciuto osservare la moltitudine in transito, le tante lingue nell'aria a cui far corrispondere mondi, volti, come nel gioco in cui tiri una riga da sinistra a destra. Questi sono francesi, non c'è dubbio. E questo? Con le gambe lunghissime e i sandali di cuoio?
In una delle poche chiazze d'ombra ci siamo passati una birra fresca, abbiamo infilato le mani in un cartoccio unto e profumatissimo. Poi la fila delle auto si è mossa, e ci siamo affrettati frugando nelle tasche alla ricerca dei biglietti, scordando la lattina sul marciapiede. Mi sono voltata per recuperarla, ma già un uomo si era avvicinato, guardandosi un poco intorno. L'ha raccolta, ha bevuto ad occhi chiusi, la mano sul fianco.
Sali sul traghetto tra i ragazzi nordici, coi musi biancolatte e gli zaini enormi, in mezzo alle facce dei locali spaccate dal sole, un poco ostili.
Se iddio vuole, nessuna traccia di italiani coi rayban a specchio.
Si siede poco distante uno strano trio, gente dell'est: fenotipi che da noi non si vedono più. Hanno addosso tutta la fatica di stare al mondo di quelli che sono venuti prima, segni inequivocabili. Fronte bassa, occhi piccoli e rapaci, gesti che non conoscono convenzioni. Lei pare una contadina ungherese, ha capelli corti che si direbbero regolati con le forbici da cucina. Ride buttando la testa indietro, spalanca la bocca.
Sono talmente stanca di questo guardare che dimentico la compostezza e mi addormento distesa sulla panca. 
L'isola ci viene incontro, ci apre le porte. E ha la voce roca, l'aria trasandata e la bellezza di sempre.

giovedì 15 giugno 2017

Fine anno, tempo di saluti e silenzi



Cambia scuola questo bambino che mi piace tanto. Devo aver commesso un atto grave per meritarmelo, ma nessuno ha avuto la voglia di mostrarmi l'inciampo. Se intendevano punirmi, hanno mirato bene.
E insomma questo bambino che si appresta a salutarmi, l'altro giorno mi confidava che le nuove maestre non gli paiono troppo simpatiche. Nè carine. Che sicuramente non faranno dei bei lavori. Io gli ho spettinato i capelli e ci è salito il magone. 
Tra noi c'è una sintonia rara, che si è fatta da sè con gli occhi, senza bisogno di dir nulla. Anime che si sono già incontrate, chissà come e quando, che si parlano.
Se c'era una fotocopia da fare, dei fogli da distribuire, se mi fermavo a sistemare l'aula o a riordinare i libri, lui era lì, affacendato, pronto a farsi carico di un'incombenza. Se leggevamo un racconto (e si sa, un'insegnante legge ai suoi bambini ciò che la emoziona, augurandosi di ispirare cotanti palpiti) lui sedeva in prima fila e tutto proteso rideva quando c'era da ridere, sospirava se c'era da sospirare. Pur essendo in seconda, aveva svolto il programma di terza, e tutto affrontava pieno di curiosità, passione, quesiti, proposte. Ha quella brama di fare e sapere che anima pochi, che non conosce pause o stanchezza.
L'avevo nominato Segretario Numero Uno e siccome il suo posto resterà vacante, gli ho proposto di passare il testimone.  Mi ha chiesto del tempo per riflettere e ieri è arrivato con una lettera, che ha voluto leggere ad alta voce.
Io ho scelto M. perchè conoscendolo dall'asilo già mi sembrava molto bravo. Adesso che è in terza è molto responsabile e anche un super amico, ma spero che nessuno si offenda perchè non è stato scelto.
M. si è proprio commosso e nel suo discorso da neo-eletto ha dichiarato di sentirsi addosso una grande responsabilità, ma che farà sicuramente del suo meglio. Si sono stretti la mano.
Ecco, io spero di averti insegnato a vedere, a stupirti, a dubitare e cercare risposte. Ti lascio queste parole, che mi paiono tanto belle e ti strizzo l'occhio come facevo sempre, incrociandoti nei corridoi.

Non esiste una cosa più poetica di un’altra. 
La poesia non è fuori, è dentro.
Cos’è la poesia? Non chiedermelo più, guardati allo specchio, la poesia sei tu.
Vestitele bene le poesie.
Cercate bene le parole, dovete sceglierle, a volte ci vogliono otto mesi per trovare una parola.
Scegliete, perchè la bellezza è cominciata quando qualcuno ha cominciato a scegliere.


Buon viaggio, Segretario Numero Uno.

sabato 10 giugno 2017

Volevo una vita raminga

I bambini di seconda leggono un brano. Lei, biodina, sognante, alza la testa dal libro e mi guarda.
"Cosa significa circo maestra?"
No, non può essere. Non ho capito bene la domanda. Mi avvicino a lei, scandisco bene.
"Quale parolina non conosci, tesoro?" 
"Circo. Cosa vuol dire?"
Mi manca il fiato per un attimo, ma i compagni fanno subito a gara per rispondere e riempiono il mio silenzio.
Prendo dolorosamente atto dell'amara verità: esiste un bambino (uno solo? e se fossero tantissimi?) che non conosce il significato della parola CIRCO. Mi sembra una scoperta che ha a che fare con l'evoluzione, con la pluralità di rutilanti offerte attraverso le quali oggi passa l'infanzia, più o meno consapevolmente. Cosa sarà mai un circo al cospetto dell'animazione 3D sul megaschermo, dove tutto pare vero ma è ancor meglio che vero? O del videogioco in cui "sei tu il protagonista!", che basta fare un clic qui e via nell'iperspazio.

Quand'ero piccola il circo metteva su le tende nel piazzale davanti a casa. In quella periferia polverosa transitavano compagnie misere e scalcagnate. Ma ai miei occhi di bambina, era quella la prova tangibile che esisteva un mondo altro, più incantato e desiderabile del mio, in cui i sogni arditi che facevo avevano forma di piroette, ruggiti, cilindri e lepri bianche.
I carrozzoni sostavano per qualche settimana e i bambini circensi venivano scuola alla Domenico Rossetti. Stavano solo tra loro, non parlavano e non giocavano con nessuno di noi. Li guardavamo di taglio, sospettosi ma riverenti. 
Un paio di volte, e come grande concessione, la mamma mi portò allo spettacolo serale. Non so neanche dire il fremito, il turbamento, mentre si prendeva posto sulle panche di legno e le luci si spegnevano. Facevo appena in tempo a calmare il cuore che di colpo zac!: rullo di tamburi, parata degli artisti, clown con gigantesche scarpe e fiori all'occhiello da cui usciva acqua a profusione.
Ridevo, sospiravo, portavo le mani alla bocca per uno stupore o uno spavento. Ad ogni numero mutavo i miei progetti per il futuro. Sarò la ragazza bella e sorridente del lanciatore di coltelli. No, sarò l'acrobata a testa in giù. Anzi, sarò la contorsionista sinuosa chiusa nella cassa del tesoro.
Se il domatore di tigri, regale nella divisa rossa coi borroni dorati, avesse allungato una mano, con un balzo l'avrei raggiunto, pronta ad indossare i panni di una stella giramondo.

Non pensavo ai poveri leoni vinti, all'elefante stinto e triste, alle scimmie rabbiose che la notte dormivano stipate in una gabbia troppo piccola. 
Io vedevo finalmente farsi carne la poesia, quel velo iridescente e malinconico che stendevo ogni giorno sulle cose, per raccontarmele più belle.

sabato 3 giugno 2017

Evvai!

Insomma ho vinto.
Ho scritto un racconto di 9000 battute, a pezzi e nei ritagli di tempo. Che ogni volta dovevo ritrovare il filo, i colori, le voci dei miei beniamini, per metter giù due righe decenti.
L'ho letto e riletto. Smussato e corretto.
Poi ho compilato la domanda con tutti i miei dati, che andava scannerizzata e allegata. Bonifico on- line di dieci euro per le spese di segreteria (diffida di chi chiede più di venti euro, disse un mio insegnante) e via, inviato il malloppo.
Poi ho atteso. E loro mi han risposto che avevano ricevuto ogni cosa.
Ora, non mi importa che fino ad agosto non si saprà nulla, perchè io il mio personale concorso l'ho già vinto. Ho sempre scritto e raccolto montagne di file. Racconti smozzicati, incipit da Cavalcata delle Valchirie morti sul nascere, centinaia di inizi e storie spezzate.
Ti tuffi in preda all'enfasi, la forza di gravità fa il resto. Nuotare per raggiungerte la riva opposta però, richiede fatica, impegno, espone al fallimento.
Nelle poche occasioni in cui sono riuscita a chiudere il cerchio, c'era un traguardo obbligato: una scadenza, l'impegno di una consegna.
Questo concorso mi ha proprio stanata, non sto neanche a spiegare la serie di coincidenze. La storia è cresciuta dentro di me dal primo giorno e si è lasciata raccontare senza mai remare contro. 
Ma in realtà, conta che l'ho fatto perchè volevo farlo. Nessuno attendeva il mio racconto con la mano tesa, nessuno mi avrebbe tirato le orecchie se avessi fatto a meno di consegnare. E pure l'insieme delle formalità/adempimenti - deterrente e alibi personale assoluto - è andato via liscio come un bicchier d'acqua.
E insomma son qui a comunicarvi che ce l'ho fatta. Ho vinto.

lunedì 22 maggio 2017

A Bulutn e a voi bloggheri amici

Si...eccomi.
Siccome poi state in pensiero e mi scrivete (ma quanto è bello che i bloggheri amici si preoccupino per te?), allora volevo fare capolino un attimo.
Sto bene. Ma alla fine dell'anno scolastico tutto si fa più convulso e denso. Mi sento sovraccaricata e stanca, solo questo.
E poi é nata in me una storia che sto disperatamente cercando di raccontare nei ritagli di tempo. I miei personaggi stanno lí ore ed ore in attesa di pronunciare una battuta. E non posso trascurarli troppo.
Scusate se latito. É per poco.

sabato 6 maggio 2017

Lucciole o lanterne


L'eterno dilemma.
Un'amica mi racconta del suo compagno, dei gesti e delle parole che cominciano a ripetersi uguali. Ogni attimo, scambio, spostamento, dialogo ancora da venire, potrebbe essere annunciato profeticamente fin dal risveglio. Magari questo è anche vita, come dice Fra, ma non basta.
Ce lo dicono ovunque e in tutte le salse: l'amore scade, è deperibile e soggetto al declino. Fremiti, bramosie, palpiti, sospiri, si infilano gradualmente nel dimenticatoio e finiscono per essere archiviati in qualche recondito scaffale della memoria.
Tempo diciotto mesi, e addio ai baci colmi di languore. Spazio sei stagioni, e le parole incandescenti si fanno secche comunicazioni di servizio.
"Ho preso io il pane". "Domani siamo a cena dalla zia Bice". "Accendi tu il riscaldamento quando arrivi". Se proprio proprio uno è creativo antepone un vezzeggativo. Tesoruccio, dolcezza, gioia mia.
E ci sta, ci sta tutto, perchè mica siamo satelliti. Ci sono sinergie, incombenze, trame, tocca pensare ad ogni cosa: la bolletta da pagare, la batteria dell'auto, gli straordinari, Enigaseluce che ti cerca mentre mangi le penne al pomodoro, le pulizie di primavera e il cambio degli armadi.
Certo che è vita. Tutto lo è. Ma anche un sasso nella scarpa e il cerume nelle orecchie fanno vita.
Boh, non so, io ci ho sempre provato a metter su un'esistenza in versi. Non sono capace senza, mi si avvilisce il passo.
Ma la cosa bella, quella che ogni volta mi ricarica di nuova enfasi lirica, è che più te la colori questa vita, più sfumature riesci a vedere. Come in tutte le cose, è l'allenamento a fare la differenza.
Una ricetta nuova, un reggiseno di pizzo bianco, una vignetta a matita da appiccicare allo specchio, uno sguardo d'intesa - "ma lo sai quanto mi piaci?" - , l'idea di piantare assieme una fila di pomodori in fondo al giardino. Anche dopo sedici stagioni, nella vita provo a cucire la Vita.
Però ecco, tornando all'amica, se i colori li devi mettere per due, se i ricami e le rime li devi tessere da solo, finisci per perdere la voglia. Lasci stare, smetti, volgi lo sguardo altrove.
Allora gliel'ho detto. Provaci ancora una volta: invitalo a cena sul prato, prepara delle uova ripiene, cospargi di zucchero qualche fragola rossa. Accendi la musica dei grilli, sciogli i capelli e vedi un po'.
Un'ultima volta, tu prova.

lunedì 24 aprile 2017

Più del mare

Ieri ho deciso che i bambini mi piacciono più del mare. E io me lo sposerei adesso, il mare.
Abbiamo dato una mano ad un'amica che gestisce una fattoria didattica, mettendo a disposizione le nostre competenze. Le mie, di apprendista maestra e socia di maggioranza della "forever child association". Le sue, più dignitose, di ispettore forestale e fotografo naturalista.
Così  abbiamo messo in fila questi nove tipetti svegli, e via nel bosco. 
Poche indicazioni: osservare moltissimo, parlare pochissimo, raccogliere nel sacchettino in dotazione cose interessanti da poter analizzare in seguito.


E così, da un sasso all'altro, col torrente celeste che sciabordava appena sotto, i piedi andavano ora lesti ora pensosi, mente le mani facevano incetta di piccoli tesori.
Lui davanti a fare strada, io dietro a serrare le fila, e in mezzo le cento domande, i mille stupori. Di chi è questa tana? Come si chiama questo fiore? Perchè il bruco ha i peli? Ma il fiume, dove va adesso?
Sulla strada del ritorno la bambina di prima elementare mi dice che lei non si innamorerà mai, perchè deve aprirsi un'azienda agricola e non avrebbe tempo. La più piccola infila la sua mano nella mia e non mi lascia il tempo di rispondere.
Lui camminando si volta, cerca i miei occhi, e nel sorriso che mi fa c'è la stessa gioia perfetta che anima i passi dei piccoli esploratori.
Quando arriviamo a destinazione cerco affannosamente la bimba che si negherà l'amore.
Magari, le dico prima di consegnarla alla mamma, potrebbe aiutarti a mangere le mucche. Pensaci.
Ride spettinata, mi saluta con la mano.

sabato 15 aprile 2017

Gente, animali

Avranno avuto trent'anni. 
Lui un po' sovrappeso, pantalone della tuta da giorno di ferie pre-pasquali e maglietta infilata dentro.
Lei colossale, gigantesca, impedita nei movimenti. Ma non proprio tutta, il suo tanto si sviluppava dalla vita in giù. Una cosa seria, una deformità.
In un camerino si provava dei vestiti. Lui molto animato le scovava i pezzi giusti, le cercava le taglie, cambiava gli scarti e chiedeva ragguagli alla commessa. Poi attendeva che lei indossasse.
Quando la tenda si scostava poco poco, lui infilava la testa dentro e se la rimirava.
"Vediamo... Sì, è perfetto questo abbinamento, ti sta benissimo! Vuoi provare anche questo? Guarda che colori!". 
Tenace, appassionato, proteso.
Ho pensato che era una cosa bella ma triste.
Ho pensato che non vorrei qualcuno a occuparsi di me a quel modo.


Mi piacciono i regazzi, mi piace la loro compagnia. Non posso sentir dire che sono menefreghisti, superficiali e cialtroni. Chi si riempie la bocca di queste banalità qualunquistiche, dovrebbe chiedersi cosa lascia loro. Quale testimone passa. Quali azioni ha speso, perchè sia buona la terra che consegna alle loro mani.
L'altra sera ho attraversato il bosco con un gruppo di ventenni, fino alle pendici di un bel monte costoluto. Dovevano girare alcune scene per un cortometraggio e non conoscevano la zona.
Ho fatto loro un sacco di domande rasentando l'invadenza e li ho ascoltati parlare. In un modo sollecito e informale, ma sempre educato, mi hanno raccontato dei loro sogni ambiziosi. 
Li trovo ingenui sì, paiono da un'altra parte. Sfugge loro la complessità di quanto li circonda, che chiederebbe a gran voce presenza, azioni, scelte precise. Ma la colpa è nostra. Quando protestavano abbiamo elargito ciucci e caramelle per riempirgli la bocca, quando si opponevano abbiamo spiegato. E spiegato, spiegato, spiegato fino alla nausea, strappandogli via le parole.
Eppure, anche se abbiamo portato via loro la possibilità di caricarsi sulle spalle il peso (e la gioia) delle responsabilità, io li vedo splendere. Hanno questi occhi pieni di altrove che mi spezzano il cuore. Come se la realizzazione dei loro sogni, il loro mondo perfetto, non fosse qui.


La mia bestiola cresce. Travolge ogni cosa animata e inanimata con la sua energia vitale dirompente: corre, scava, sgarfa, lecca, morde. Mi regala risate pure e bambine, quando la guardo rotolarsi nella sabbia in riva al fiume. Si solleva impastata e felice, poi mi guarda che pare dire grazie.
Grazie a te, Olli.


mercoledì 5 aprile 2017

Sgrunt

Mi riesce facile motivare e sostenere altri. Mi riesce difficile farmi sostenere, perchè spesso evito di dire. Che ha dell'incredibile a pensarci, perchè rispetto ai miei drammi esistenziali sono stata di un'incontinenza tragicomica. Da bambina fagocitavo chicchessia: bastava una prossimità umana, di qualsiasi grado e genere.
Non più. 
E se da una parte questo è un bene, perchè mi adopero per trovare le risposte più calzanti, le mie risposte, dall'altra tendo ad andare in accumulo. Tra un pazienza e un passiamo oltre, finisco per raggiungere il colmo senza alcun preavviso e - apparentemente - senza oggettiva e sensata giustificazione.
Mi cade di mano qualcosa. per dire, e vien giù il finimondo. 
Sarebbe il caso dare voce ai fastidi. In modo giudicante (eh sì, a intervalli regolari vorrei smettere di dire "ma forse lui/lei intendeva"...), polemico e per nulla a modo. Oppositivo e scorretto. Fanculizzando senza ritegno ed esclusione di colpi.
Ci penserò.


Per il momento ho voglia di elencare alcune cose che ODIO.
1) Chi pensa solo con la sua testa. Del tipo "io faccio così, ho sempre fatto così = così è buono ed universalmente valido (ma come mai nessuno mi capisce?)".
2) La routine. Dopo un poco do di matto: ho bisogno di scompaginare le cose, di cambiare un orario, di ficcare nei gesti obbligatoriamente ripetuti un naso rosso, un segnavia azzurro, una birra ambrata, uno slip iridescente, una sorpresa nella carta gialla, una coperta a scacchi fatta per i baci e l'erba.
3) Quando mangio la mia merenda e qualcuno mi chiede se può averne un pezzo. Idem quando finalmente riesco a concedermi cinque minuti per fare pipì e appena mi accomodo qualcuno bussa alla porta. La MIA merenda, la MIA pipì. Alla larga, please.
4) Le sfingi. Mai un cedimento, un neurone storto, un muso, una risata grassa, occhi roteanti, mani scomposte. Sorriso (se tale si può definire quella smorfia di vaga condiscendenza) appena accennato e che pare dipinto. Detesto, detesto, detesto.
5) Le sfingi di cui sopra che se ti infervori, ti incazzi, ti esalti, ti domano con un flemmatico: "calmati, non alzare la voce", tipo San Francesco con il lupo. Da coltello fra i denti.
6) Il cielo grigio e traslucido che fa strizzare gli occhi e accavalla i pensieri.
7) Chi ravana nel torbido. Chi sguazza negli irrisolti. Chi si nutre di sussurri, discordie, ugge.
8) I ritardatari cronici.
9) Le scarpe con le zeppe.
10) Quelli che studiandoti con la testa appena inclinata dicono partecipi "ti vedo stanca". E dunque? Puoi sollevarmi in qualche modo? Mi cancelli le occhiaie con un clic? Ti sostituisci a me quest'oggi di modo che io possa schiacciarmi un pisolo? No. E allora muto.
Sì ecco, mi pare di stare un filo meglio.

sabato 1 aprile 2017

Paura e rispetto


E' vero, torno sempre là. Ma mica vado io alla ricerca delle vicende amorose, son loro che mi trovano.
Ho saputo qualche giorno fa di un affair: sposata lei, separato lui.  I due non volevano certo che la cosa salisse agli onori della cronaca, ma le bugie hanno le gambe corte. Qualcuno li ha beccati e ora io so. Come so io, sapranno altri, che (immagino e spero) eviteranno di rendere virale la questione. Se la grattino gli interessati.
Sicuramente il marito di lei ancora vive nell'oblio, ed è questo a farmi fremere un pochino le froge. Che si guardi a lui pensando "ecco quel poveretto...", mi causa un certo disagio.
Perchè di tutte queste faccende sentimentali/erotiche/coniugali mi salta all'occhio unicamente il tema del rispetto. 
Ribadisco per l'ennesima volta che son stata oggetto e origine, in tempi diversi, di menzogne,  tradimenti e altri irrispettosi inganni. Che proprio l'averli attraversati in prima e terza persona mi ha condotto al personale diktat secco ed incisivo: se rispetto non mento.
Certo che può accadere, ci mancherebbe. Di confondersi e invaghirsi, di scoprire che quel che si credeva amore non lo era affatto, di ritrovare vibrazioni e palpiti perduti. 
Ma nel momento stesso in cui avverti lo sfarfallio e porti le mani al petto colto da stupore, la storia precedente è già morta e sepolta.
A quel punto, non si può star lì a tergiversare. A sezionare la nuova avventura per capire se sarà davvero l'idillio immaginato. 
Già, perchè se poi non si rivela all'altezza? Se non dà alcuna garanzia di continuità e solidità (dato che per definizione l'avventura è indeterminata)? Si può fare marcia indietro, no?
Eh no. 
Oddio, è all'ordine del giorno. Storia extraconiugale inconfessata finita malamente, pianti e stridor di denti, rientro nei ranghi a capo chino (e cosparso di cenere).
Io non capisco il senso. E' tutto lì sul tavolo, chiaro e ben allineato come un'equazione matematica. Che poi va bene, mi si parla dei figli, del dolore che all'altro si causa, dei genitori anziani e del lavoro precario. Tutto sacrosanto e lecito e umano. 
Ma io chiamo questo: paura.
Perlomeno la mia, era squallida paura. Ho provato a camuffarla dietro a buone intenzioni, a raccontarmi che si chiamava abnegazione e sacrificio, ma squallida è rimasta, fino all'ultimo giorno. 
E' che rispettandosi ci si libera.
Che liberandosi, si libera rispettosamente l'altro.
Che l'altro ha - eguale - diritto all'Amore.

sabato 25 marzo 2017

Lavori in corso

Son soddisfazioni grandi. A dire il vero, mai avrei pensato.
Proprio io, che perdevo sostanza quando coglievo vaghi cenni di dissenso, se mi pareva di deludere, di non corrispondere. Quando mi si attribuivano intenti, parole, silenzi, che non mi appartenevano. Se non leggevo me, nell'immagine che davano di me.
Poi succede che qualcuno ti dipinge proprio male - calando buone dosi di veleno - e capita (sorpresa!) che non ti capovolgi tutta, che non ti metti per l'ennesima volta al muro e non tiri fuori le budella così, a gratis.
Capire che tutto sommato passo oltre, è un piacere non da poco.

Invece non vengo a patti con la mia parte aerea e molle. 
Quella ma che dolce anima sensibile e luminosa!, però la realtà è fatta di terra. Legni. Ossa.
Quella che costruisce barchette coi gusci di noce e immagina rotte e approdi, senza economia. 
Quella che ancora vede nelle altrui intenzioni le sue.
Cazzo, ma ancora non mi entra in testa?
A ben pensarci ci sarebbero delle strategie operative, piccoli e semplici accorgimenti per sognare un po' al ribasso. Che starei tanto meglio.
1) smetterla di indossare queste:


2) darci un taglio con gli Smarties (che quando li tiro fuori dal tubo, vedo quale colore vince) e con i Fonzies (che in ogni pacchetto ce n'è uno ciccione, sempre);
3) piegarmi alle scarpe adatte ed acquistare finalmente un paio pantofole;
4) finirla con gli spuintini in macchina, che son briciole dappertutto;
5) abbandonare il cuscinetto Ikea, che abbraccio languidamente durante il sonno.
Dovrei provare, magari non ne esco grigia come penso.

venerdì 17 marzo 2017

People



Sono state giornate di immersione umana, non sono avvezza.
Domenica c'era un festival letterario interessante, non proprio sotto casa, ma ci tenevo tanto. Prima della conferenza abbiamo trovato tempo per la mostra fotografica, una gioia di burrasche, onde spumeggianti e diari di bordo da capitano di ventura.
Ho visto questa vecchina col bastone, bella proprio, che davanti ad ogni foto sostava assorta. Il marito, pur se meno provato fisicamente, appariva un poco stufo. Lei si è voltata appena un pelo a dire (secca, ma con garbo): "caro, se sei stanco mettiti pure seduto". 
E checcazzo (ndr).
Poi cose da vedere, da ascoltare e gente, tanta. In sala, menre Bjorn Larsson raccontava il mare, non riuscivo a staccare gli occhi dalla moltitudine, come se ogni corpo presente mi si mostrasse pieno di tracce, di segni e io dovessi assulutamente fare in tempo a tradurli uno ad uno.
Quei due, così legnosi e grigi. Lei che gli rubava le risposte e diceva le parole sue, lui che s'era dimenticato di saperle. Stavano tutte incastrate in quella schiena le sue parole mute, così rigida, in quei capelli, così immobili.
Poi la signora davani a me, una coda di cavallo tanto libertina su due spalle pingui e vinte. Quel neo così brutto, sulla nuca, ma forse nessuno mai l'aveva baciata lì (ma qualcuno, l'aveva mai davvero baciata?) e aveva potuto notarlo, guardarlo. Volevo avvertirla io. Ma non ho avuto coraggio.

Martedì la giornata l'abbiamo passata in un reparto di ospedale. Che appena varchi la soglia stai in un altro universo, con regole e linguaggi e codici tutti suoi. Ma basta un attimo. Un paio di pantofole, un sentore di brodo, un neon che occhieggia e sei già dall'altra parte, un poco meno vivo. E quando fa sera ed esci, tiri l'aria in petto che è un piacere.
Insomma anche lì, tra infermieri e medici (adesso che non indossano tutti zoccoli Scholls puoi capire tante cose dalla calzatura), tra pazienti allettati e in transito, e varie tipologie di parenti in visita (ma quella bionda con il rossetto, sarà la moglie o l'amante?) m'è parso di stare sotto un bombardamento. Colori, voci, odori, intrecci di storie. Non posso esimermi. Perchè mentre guardo la caposala algida e severa giungere coi referti, mi sembra di cogliere una debolezza nel passo. Allora dico una cosa stupida, senza senso e lei sorride largo, che la vedo bambina. Ecco.

Che stanchezza. Che bellezza.

venerdì 10 marzo 2017

Donne du du du


Non si poteva concepire di lasciare i piatti nel lavello. Una volta intendo. Toccava subito rigovernare, pena un senso inestinguibile di fallimento, disfatta e colpa.
La nonna, che ci teneva ad introdurmi ai garbati e operosi compiti domestici propri delle ragazze da sposare, li lavava subito dopo aver messo la mela gialla sul piattino del nonno.
Voleva che asciugassi le stoviglie, man mano che lei sciacquava. E io polemizzavo.
A cosa serve asciugare se hai lo scolapiatti? E' una perdita di tempo!
E già a discutere. Idem per spolverare, stendere i panni, stirare. Passava col ferro pure gli strofinacci, nonna.
La mamma no, lei era moderna, lavorava già tanto fuori casa. Che la sera mangiavamo un panino caldo col formaggio che colava. O penne al gorgonzola. Il piatto più elaborato che mi proponeva era il petto di pollo con la panna. La panna veniva giù a fiumi a quei tempi e io ne andavo matta.
Con la mamma i lavori di casa si facevano random. Senza metodo insomma. A volte tutto un repulisti, altre ci si dimenticava della polvere e dei letti sfatti e si andava a spasso. Al mare. A comprare perline. A mangiare un gelato. A vedere i fuochi sul molo.
Grazie alla mamma, non entro in conflitto se a volte lascio i piatti della cena nel lavello. Se non passo regolarmente la polvere e spesso impilo la roba da stirare. Poi ancora impilo. 
Grazie alla mamma, propendo per andare a spasso. Al mare. A comprare perline.
Sensi di colpa, zero.

La vita è così, stupisce

La vita è così, stupisce

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