giovedì 14 dicembre 2017

La Storia e noi


Mi piace da matti questo momento dell'anno scolastico, perchè i Greci sono agli sgoccioli. Nelle ultime lezioni dicembrine racconto di Socrate e Platone e Pitagora, della bellezza del porsi domande, del cercare risposte. E mentre i miei alunni tutti invasati, lanciano le questioni più astruse sull'esistenza, l'universo e la realtà metafisica, ecco che zac!, arrivano i Persiani.
Ma come, i Greci stavano tanto bene e si espandevano ovunque, proliferavano e se la godevano un mondo fra banchetti e tragedie, cosa mai poteva minacciarli? I Persiani, proprio loro.
Per la prima volta i bambini incontrano la Storia, che non è più solo artigiani e commercianti, uomini timorati che coltivano orzo e raccolgono datteri, scribi saggi e potenti re dai variopinti copricapi. Ora sono abbastanza grandi per la Storia degli uomini, del divenire concreto dei loro gesti nel corso del tempo, delle tendenze innate che li hanno guidati e ispirati: potere, giustizia, amore, fame, conquista.
E le Termopili non sono un passaggio de "Il Signore degli Anelli"; il manipolo di spartani che presidia l'unico varco percorribile dalla truppe di Serse, non è un esercito di orchi o di nani. Si parla uomini veri, fieri, disposti a morire.
Oggi, mentre raccontavo della feroce esecuzione degli ambasciatori persiani da parte di Leonida, una bambina tendente al pallore ha interrotto la lezione per chiedermi turbata: "maestra, ma è tutto vero?".
Perchè questi bambini, ai quali evitiamo con cura ogni tipo di stress o frustrazione, non si confrontano mai con i temi forti della vita. La morte, il dolore, la paura, la perdita. O meglio, capita pure che ci si debbano confrontare, ma c'è sempre qualcuno pronto a smussare, attutire, distrarre.
La vita è un cammino senza ostacoli e le asperità sono di un altro mondo, virtuale o sideralmente distante.
Così a loro parrebbe giusto che Leonida, valoroso guerriero, tornasse da ogni battaglia vittorioso, acclamato dagli spartani festanti e accolto dalla bella Gorgo.
Sembra invece che Serse, dopo aver sconfitto Leonida alle Termopili, abbia conficcato la sua testa su un palo. Da lì alla guerra del Peloponneso è un attimo, e si sa bene che quando la guerra la fai a casa tua, sei alla frutta.
Erano molto delusi, perchè è finita male. Ma le cose a volte finiscono bene o benissimo, altre male o malissimo. E' così che va attraversata la vita, a braccia spalancate, prendendo questo e quello.
Gliel'ho detto.

giovedì 7 dicembre 2017

Amori piccoli, amori grandi

L'altro giorno i bambini a scuola mi hanno chiesto se da piccola mi sono mai innamorata. 
"A volontà!", ho risposto ridendo.
Avevo tre anni la prima volta, stavo all'asilo. Ho un'immagine molto precisa di questo Matteo coi capelli nerissimi e la pelle olivastra, di noi due seduti sulla panchina sotto l'albero mentre tutti gli altri bambini corrono attorno.
E lui mi racconta che sua mamma ha un negozio, che vivono in una bella casa, che se lo sposassi potrei comprarmi un mare di fermagli per capelli. Allora gli dico che lo sposo.
"Ma poi non l'hai sposato maestra!". Come fossi stata scorretta, a non onorare la promessa.
La seconda memorabile volta ero in seconda elementare. Lui era un compendio di tutti i migliori pezzi da principe azzurro: capelli d'oro, corporatura snella, occhi blu, mani delicate e piglio sognante.
Mi faceva letteralmente tremare le gambe e lo tempestavo di biglietti, quelli d'ordinanza a risposta multipla.


Alla fine aveva capitolato, mettendo una bella croce sul "SI", ma nel giro di poche settimane era giunta in classe una nuova compagna, la Louise. Come il nome fa intendere, possedeva il fascino esotico della forestiera ed esibiva inimitabili trecce rosse. Inoltre in Inghilterra (terra estrema che immaginavo teatro di battaglie tra paladini che si contendevano il suo cuore ribelle) aveva visto in anteprima tutta la serie di Happy Days e spoilerava a pochi intimi.
Com'è ovvio, il principe se ne invaghì e mi dimenticò.
"Però non è giusto maestra! Si era fidanzato con te!". Che loro puntano tutto sulle promesse che van mantenute, sui giurin giurello, che altrimenti non ti invito al mio compleanno e non sono più tuo amico.
"Meno male che poi hai trovato un altro", ha detto la più romantica. "Invece degli anelli ti regala le carte geografiche, ma ti ama lo stesso".

venerdì 1 dicembre 2017

Muri


Mi sono sempre vissuta come un essere gentile, cagionevole, da trattare con estrema premura. Una yes woman frangibile e caduca, che pur assecondando l'altrui volere faceva appello agli istinti protettivi, induceva negli altri gesti di cura. Quella che si definisce una ragazza dolce, una donna amabile, alla quale non si può che voler bene, alla quale non si può dire di no.
Se guardo molto indietro invece, scorgo altri segni, gli stessi che mi animano gli occhi e il passo in questa recente fase della vita. Ero una bambina caparbia, svelta, piena di iniziativa. Avevo sete, fame, mordevo le cose, volevo aprire porte, volevo dire la mia.
Poi mio padre e la paura dell'abbandono, l'angoscia di nuotare da sola nell'oceano, l'amore ad ogni costo altrimenti il dolore grida troppo. Poi un ragazzo uguale a me, due solitudini, i bambini attaccati al collo, biberon e passeggini,  la pizza domenica sera.
E me la sono voluta dimenticare quella tosta, decisa, capace di farsi una carezza. Ho voluto raccontarmi che ero sempre stata così, di vetro, che senza l'altro ero niente.
Ed è proprio lì, mentre ti infagotti e ti nascondi, che la verità ti chiama. Perchè succede qualcosa, qualcosa di imprevisto e impovviso, che irrompe e abbatte e spezza, che butta giù i muri attorno. Qualcosa che ti scaglia, anche se ti aggrappi ovunque, nelle cose che stanno fuori, con tutto il loro carico di strazio e meraviglia.

Insomma mi hanno detto che ci sono stati dei commenti, sul mio modo di stare al mondo, di rimanere ferma e salda su quello che credo e voglio, senza negoziare o venire a patti. Dei commenti pesanti, che mi disegnano come una manipolatrice e stratega, che plagia e orienta a suo piacere le deboli menti. 
Ho riso. Perchè so io cos'ero, so io quanto mi costa essere quello che sono. Accogliere la mia natura giusta e battagliera, lasciare spazio al "no", non temere il diniego, il rifiuto, la posizione dell'altro, quando opposta e discorde. Posso non piacere, questa è la grande verità, posso accettare di non essere amata: basta non perdere me.
Ho riso, ho alzato le spalle, un poco incredula, un poco fiera.

venerdì 24 novembre 2017

Human


Che il mio fidanzato non sia per nulla geloso, è cosa nota. Pure quando sono arrivati a casa mazzi di fiori e scatole di dolcetti inviati da anonimi estimatori ha reagito tiepidamente, con blande alzate di spalle e sorrisi di sufficienza. Ci scherziamo su, ingaggiamo diatribe sul mito della gelosia, che nel suo pianeta non esiste e nel mio invece regna sovrana.
La questione è sempre quella, dipende dalla sicurezza in se stessi e bla bla bla. Mi sono molto stancata di analizzare: son così, chiusa la faccenda.
Il moroso è anche a conoscenza del fatto che nella pole position degli estimatori si trova il nostro benzinaio. Un uomo, un programma. A seconda di come sono allestita per andare al lavoro (a volte sono ispirata e ho più tempo, altre infilo una felpa e un paio di jeans al volo) sceglie un vezzeggiativo adatto, nella vasta gamma di cui dispone. Si va dal tenero "tesoro", passando per "bellissima", fino alle mezze frasi in friulano, che lasciano intendere quanto potrebbe farmi divertire se solo gli dessi l'opportunità.
Ma ieri mattina si è superato. Conclusa l'operazione e al momento di pagare, ha trattenuto la tessera della benzina che mi stava restituendo. Come dire, io tiravo e lui non mollava.
L'ho guardato in faccia nel tentativo di esprimere un: "e quindi?" e lui ha pronunciato un fremente "amor...", tutto spagnoleggiante. Lì, con la tessera contesa a mezz'aria.
Meno male che c'era la coda, che quello dietro aveva fretta. Sono risalita svelta in auto con un rapido sorriso molto imbarazzato. Lui zero, zero disagio, pareva invece assai soddisfatto.
Così ieri sera racconto ridendo al fidanzato. E, da non crederci, lui tace sorseggiando la birra. Poi tace ancora mentre posa il bicchiere.
"La prossima volta ci vengo anch'io a fare benzina", dice seccato, prima di cambiare discorso.
Ebbene, è ufficiale: è umano.

lunedì 20 novembre 2017

Ho tanto riso.

Ho tanto riso con i miei figli. Al cinema, in auto, a colazione, allo spettacolo dei burattini. Ho riso con loro sotto le coperte, per il solletico o la stupidera.
Ho anche pianto con i miei figli, se c'era da piangere. Qualcuno pensa che ai bambini non vada mostrato il dolore, ma sono stronzate. Che poi credono di dover sempre sorridere, anche col buio dentro, anche fatti a pezzi.
Ho spiegato parecchio, ma non troppo. Perchè ora sembra si debba dire tutto, con le parole dei grandi. E loro se le prendono tutte le nostre cose, le nostre parole, per amore, ma sono troppo piccoli per digerirle, troppo leggeri per non restarci sotto.
Ho commesso errori a iosa - e ancora ne commetterò - e aspetto il giorno in cui mi presenteranno il conto, ma non ho paura. 
Perchè l'amore scivola, l'amore sbanda, l'amore inciampa. Ride e piange. 
Altrimenti ha un altro nome. Dirò loro questo.

venerdì 17 novembre 2017

Luoghi che accarezzano

E' che son sempre di corsa. Che la provinciale alle 7.30 è satura di camion in arrivo dall'Austria, in transito verso la Slovenia. E viceversa. 
Che il mio parasole è rotto e viaggio inondata di luce.
Abbasso il finestrino, accendo la radio, magari mi sveglio un poco. Vorrei One Nation One Station, ma qui non si piglia. Radio Maria passa il rosario, Radio Italia i Modà (ma quanto odio i Modà?) e Radio Onde Furlane un rap dall'idioma locale.

Ayo, fradi duna setu?
i ai sintut che tu mi as cirut vue
torna clamimi che jo soi gia di fur
no sta a fa il vecjo che no tu ses tu chel!


Ed eccola lì, l'infausta auto (tristemente guidata da una donna) incollata al culo del camion. Che in quel bailamme di curve e frotte di veicoli nel senso opposto sorpassare un blocco di dieci metri è un atto suicida. Allora impreco molto e mi sale il crimine. Perchè mai qualcuno dovrebbe scegliere di starsene dietro lo scarico di un camion a respirare merda, mentre una ad una le auto si accumulano nella sua dolente scia?
Non c'è dato di saperlo.
Butto un paio di volte il muso fuori, nervosamente, ma il traffico é denso. Finalmente il mio bivio, son quasi arrivata.
Mi basta svoltare, imboccare il viale alberato e costeggiare la fila di tigli gialli. La casetta rossa in fondo alla strada mi cambia gli occhi e il verso dei pensieri. Buona giornta maestra.

La scuola d'inverno

    

domenica 12 novembre 2017

Sabato sera



Da una decina d'anni lo rincorrevo. A Trento me l'ero perso per un pelo.
Come una scolara giudiziosa ho preparato le parole, tutte in fila. Volevo sapesse che quando facevo luce dove prima c'erano ombre, lui era con me, sempre. Che mi ha insegnato la sottrazione, la bellezza del disadorno. Che la musica asciutta del suo raccontare, è stata cura.
E poi mi ha spiazzato che fosse così, fragile, di schiena nella hall del teatrino con la gente che sgomitava per fargli un saluto. 
Io un passo indietro col mio libro in mano, il sorriso fesso, la sciarpa rossa. Ci siamo stretti la mano e guardati negli occhi, io ho balbettato "ciao Erri". 
Neanche una cosa sono riuscita a dire, neanche una.

Ieri sera con gli occhi aperti sotto il piumone però, ho capito che cos'è per me, felicità
E' avere un sogno, o piccoli sogni.
Che poi non importa realizzarli a tutti i costi. Ci si prova, e intanto si è molto felici.
Grazie Erri.

La vita è così, stupisce

La vita è così, stupisce

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