sabato 14 ottobre 2017

Dove lavoro io

Riunione insegnanti e logopedista.
L'atmosfera è lieve, nonostante la stanchezza. Abbiamo mangiato in piedi, sul tavolo una buccia di banana, briciole di pane, un accendino.
Chiediamo, ci confrontiamo, non sempre la vediamo nello stesso modo. La specialista fa i nomi dei bambini che teniamo negli occhi e dice che alcuni dovremo tenerli molto nel cuore. Il prof di matematica si commuove, perchè proprio non ce la fa con quella ragazza pungente e schiva. 
Una collega si alza, deve chiamare a casa per sapere come sta sua figlia. Facciamo pausa. E., seduta accanto a me, controlla il telefono, poi lo appoggia vicino al mio quaderno. Osservo lo schermo pieno di tracce: ditate, unto, una grossa incrostazione.
"Ma ci vedi qualcosa?", dico facendo un gesto circolare con l'indice.
"Puliscimelo tu, dai amica", risponde lei ridendo.
"Puoi scordartelo, non lo faccio neanche con il mio".
Poi aggiungo che i telefoni, a casa mia, li pulisce il fidanzato. E qui ovviamente lei gongola tutta e mi prende un sacco in giro, ma io lo sapevo e l'ho detto per giocare.
"Meticoloso com'è, te lo tirerà a lucido immagino!"
"Eh già", rispondo "sono una donna fortunata".
Poi si avvicina al mio orecchio con una faccia briccona da adolescente brada.
"Ma anche quando si occupa di te...diciamo...dei tuoi anfratti, è così scrupoloso e zelante?"
Le tiro una gomitata che per un pelo non cade dalla sedia. Rido.
"Ma non scherzavo!", dice allargando le mani "in quella situazione è fondamentale la continuità!"
Continuo a ridere. Tutti si voltano e qualcuno chiede di cosa stiamo parlando, ma la pausa è finita.
Le faccio segno con la mano. Ti rispondo dopo.
Prendo la penna, ho un sorriso che resta.

mercoledì 11 ottobre 2017

Di quel che sono

Cinque anni.
Alla fine di ottobre di cinque anni fa, si chiudeva un'era ed iniziava per me un tempo di rivoluzioni e cataclismi e sovvertimenti tali, da rendere impossibile scorgere - a posteriori - una qualsiasi continuità fra il prima e il dopo. In un crescendo distopico che neanche nei peggiori sogni avevo potuto mettere in scena, la mia vita perdeva contorno, sostanza, peso.
Non mi par neanche vero, adesso.
All'origine di ogni cosa c'è una giovane donna affacciata alla finestra su una piazza rovente, gialla, eterna e bella da commuovere. Sotto di lei, le tante strade che la sua paura ha scelto di non percorrere, e gli sguardi che non vuol notare, e le carezze che si è negata. Tutto lì sotto, che basta dire .
E il consenso che le scappa dagli occhi - rauco, colmo, liquido - scende giù ad ali spiegate, portando distruzione e macerie.
Ci sono schegge di quel tempo che ancora non so tenere tra le mani, senza ferirmi. Segreti, bugie, auto in corsa, un paio di sandali altissimi e dorati. E poi lacrime, olio di mandorla, cuore nero e notti bianche. Gocce direttamente in bocca per non sentire più niente, sigarette fino a togliere le voci. Toccati adesso, dimmi che lo stai facendo, ma i bambini hanno fame e il purè si attacca.

Mi hanno chiesto se rimpiango la pelle che brucia. gli occhi rossi di febbre, il passo morbido che mostra carne e desideri. Se un poco, anelo al tormento.
Non ci ho dovuto pensare. Perchè questa me tiene spazio per spaghetti e risate, notti accoccolate, occhi di bimbi e lezioni appassionate. 
Conserva un po' di quel languore nella schiena che si inarca, accogliendo una carezza.


sabato 7 ottobre 2017

Cause


Non ho mai sentito l'urgenza di battermi per la salvaguardia dei cuccioli di foca o di manifestare al fine di scongiurare l'estinzione della tigre bianca siberiana. Non lo ritengo mica inutile, o di scarsa rilevanza. Anzi.
É solo che da tempo immemore il mio cuore trova risonanza con gli umani patimenti, con le ugge ed i tormenti di chi se ne sta solo, sul cuor della terra.
A otto anni mi spendevo con ardore da suffraggetta affinchè le "femmine" non fossero escluse, per tacito accordo, dai giochi dei "maschi". Riunivo le bambine e parlavo loro di parità e diritti.
Ritagli di quella veemenza restano all'attaccatura dei capelli, nell'incavo biancolatte del braccio.
Ora mi sale su una rabbia pazzesca perchè sento qualcosa che non va, che non torna, nelle nuovissime generazioni. Parlo di creature che adesso hanno meno di 15 anni, che ho modo di ascoltare, percepire, cogliere, osservare. Non solo in classe.
E' come se tutto attorno a loro fosse sfocato, come se i loro corpi e i loro sogni si collocassero in un migliore altrove, indefinito. Raggiungerli è sempre più difficile, tenere il loro occhi è una sfida. Anche i più puri, quelli con famiglie attente e presenti, spingono con forza il limite e occupano luoghi inadatti, stereotipi sempre più stretti e svuotati da ogni incanto.
Cantano 'sta merda qua:

Come il crimine, senza regole
come le ragazze con il grilletto facile
entriamo senza pagare
come dei calciatori di serie A
ci guarda tutto il locale
ma alla fine nessuno ci toccherà.


I calciatori di serie A.
Il grilletto facile (e lasciamo correre il doppio senso, che forse non colgono).
Ci guarda tutto il locale.

Poi però hanno dita frementi e occhi pieni di fame. Una fame che saziano male, in un modo che mai appaga.
E noi dove siamo, cazzo? Vogliamo smetterla di giustificarli? Ci prendiamo la responsabilità e l'onere di offrire una sponda, uno scorcio di bellezza, un abbraccio, un no senza repliche, un pianto sincero? Sappiamo mostrare che è possibile sollevarsi, cambiare prospettiva? Riusciamo toglierci di mezzo, a smettere di fare i genitori idiotamente perfetti, a non sostituirli malamente, ad avere un peso? Possiamo incazzarci se non fanno i compiti e non mettergli in mano un cellulare quando hanno appena imparato a scrivere, per placare la nostra ansia da separazione? Ce la facciamo a capire che sono così tanto SOLI?
E' una tragedia, io lo dico.

domenica 1 ottobre 2017

Italiana media


Il mio weekend è iniziato con una dose di raffreddore fotonico e un messaggio della vicina di casa, giuntomi nelle prime ore del mattino. Premetto che la donna in questione è una single sui 45 con due cani tipo Laika parecchio fastidiosi: scendono e salgono le scale abbaiando come un'intera muta groenlandese, fanno il diavolo a quattro se lei si assenta, aggrediscono ringhiando chiunque transiti nelle zone comuni, ospiti compresi.
La vicina dedica loro l'esistenza. E non aggiungo altro.
Scusa se faccio la zitella tignosa, ma c'è una cacca di Olli che non hai raccolto e se i miei cani la calpestano la portano in casa. Credo che la buona educazione...
E qui parte il sermone da bacchettatrice, che vi risparmio. 
Tre cose soltanto.
1) ciclicamente (ma troppo spesso per i miei gusti) mi attribuisce cacche che non ci appartengono, considerato che io MAI oserei lasciare in giro merda (in senso lato e non);
2) fino ad ora avevo evitato di esprimermi riguardo agli stolidi quadrupedi di sua proprietà, guidata dal principio di tolleranza. Se i latrati ci svegliavano (perchè è accaduto anche questo) infilavamo i tappi nelle orecchie e via;
3) detesto, ma veramente de-te-sto le storie di vicini dispettosi e ripicche a catena: mi son sempre detta che capita a gente molto insoddisfatta e triste e squallida.
Morali della favola:
- la tolleranza è un valore misconosciuto
- se taci prima o poi ti inculano
E ultimo, ma non ultimo:
- la prima gallina che canta ha fatto l'uovo.
Che secondo me, c'entra.

giovedì 28 settembre 2017

Case e parole


Non ho tantissimo tempo per scrivere ultimamente e quando finalmente mi scavo mezz'ora, le vocine smaniano, si dannano. Finiscila di perder tempo in  cazzate, torna sui libri!
Ma siccome sono campionessa di orecchie da mercante, spernacchio le vocine e accendo il pc.
Durante l'estate ho avuto modo di saltabeccare in rete e di scovare diari sconosciuti, redatti da autori a me ignoti e commentati da altrettanto ignoti lettori.
A volte fa bene uscire dalla "comfort zone", addentrarsi in qualche inesplorato territorio che forse ci somiglia poco, ma fa luce su altre e nuove prospettive delle quali tocca sempre e comunque tener conto. In fondo, pare che la rete rappresenti in qualche modo la realtà, sia un po' lo specchio dello spazio/tempo che fisicamente attraversiamo ogni giorno.
Così mi è saltato all'occhio qualcosa che prima, da neofita, non avevo mai visto o colto. Ho avuto l'impressione che in molti casi si faccia ingresso nella casa di un altro con l'intento di scoprire polvere sugli scaffali, piatti nel lavello, letti disfatti, cibo scaduto in frigo. Sembra che in molti, alberghi il segreto piacere di cogliere in fallo, ravanare fra le contraddizioni, richiamare alla coerenza, bacchettare e mostrare la vera verità. Ma mica su temi scottanti, incisivi o fondanti. No no, è sufficiente dichiarare una smodata passione per le scarpe tacco dodici e il primo che passa butta là una pesantezza di commento in cui pesta duro sulla natura caduca ed effimera dell'uomo. Basta dire che le auto costose le guidano quelli col pisello piccolo, e giù teoremi infiniti sull'emancipazione femminile o i genitali dell'elefante indiano.
Sarò io che semplifico troppo. Che non guardo a questo spazio come l'occasione di salire in cattedra o di istruire e illuminare in qualche modo. Che se frequento la casa di un altro, le pagine del suo diario, è perchè le parole che sceglie hanno un senso per me: mi fanno bene o mi fan pensare.
Da parte mia cerco di raccontare le cose a modo, ma tratto argomenti assolutamente personali e piuttosto irrilevanti, che non chiedono di rimanere inscritti chissà dove o di risvegliare coscienze sopite. Mi appartiene il taglio soggettivo e diaristico, perchè da sempre la mia voglia è quella di dare corpo e voce all'ordinario: una foglia secca, un telo da mare blu, biscotti nel barattolo, post-it fra le pagine di un libro, insetti marroni (e questa è per l'amico Pier).
Ecco, nello stesso modo in cui entro a casa d'altri senza avvertire l'urgenza di passare un dito sulle mensole e scelgo chi frequentare col setaccio della prossimità, mi piacerebbe che nelle mie stanze colme di parole l'ospite trovasse piacevole stare. Nell'affinità e nella divergenza, con riscontro e confronto, nel silenzio e nel sapido dibattimento. Ma con il rispetto e la disposizione d'animo che ogni sano scambio contempla.
Leggermi può garbare, annoiare, dar fastidio. L'imporante è sapere che in giro c'è davvero tanto altro.

venerdì 22 settembre 2017

Due paia di occhi

Insieme viene dal latino volgare insemel, che a sua volta deriva da insimul (nello stesso tempo).
Quindi insieme ha a che fare con la simultaneità. Allora non basta un banale "stiamo insieme" per definirsi coppia, serve anche stare (in uno stesso spazio, quando possibile) simultaneamente. Che se due "stanno insieme" e fanno vite troppo parallele, viene a cadere il principio numero uno.
Domenica mi sono molto arrabbiata con me, e continuo a guardarmi storto. 
Ma tocca fare una premessa. Ci sono uomini/donne dallo spirito indipendente, esplorativo, svincolato, che sentono il rumore della vita anche quando c'è silenzio. Ce ne sono altri che possono attraversare l'esistenza soltanto insieme, perchè tutto si compie nella comunanza di sguardi, passi, parole.
Ovvio che gli assoluti non esistono. L'uomo asociale può apprezzare una buona e discreta compagnia, l'individuo più gregario desidera anche spazi intimi e contemplativi.
Ecco allora che in percentuale, nel solito grafico a torta, la mia natura risulta più o meno questa:

Sia chiaro, mica vuol dire che il 90% del mio tempo lo passo simbioticamente avvinta ad uno. No, perchè io sto parecchio in relazione e comunanza anche per lavoro. Che i bambini ti abbracciano, ti fagocitano, ti danno baci molto bavosi e questo colma assai il mio anelito alla prossimità.
Poi ci sono i figlioli. E le amiche. E la mia mamma, che però è lontana. 
Ma tanta roba resta vacante, e quella inevitabilmente si posa sulla testa dell'uomo che amo. 
Il caso vuole (ma una mia terapeuta diceva che la vita ci pone sempre delle nuove sfide, sta a noi accoglierle o dribblarle) che lui appartenga alla categoria sopra citata uomini dallo spirito indipendente, esplorativo, svincolato, che sentono il rumore della vita anche quando c'è silenzio.
Insomma un bell'affare.
Così domenica per una serie di concause, mi sono ritrovata a mettere parole a questa mia esigenza di guardare le cose con due paia di occhi, di affacciarmi ovunque sul mondo spalla contro spalla, coi pensieri che si leggono e le storie che si raccontano. Di mostrare qualcosa col dito, anche in silenzio, di seguire il dito di un altro che mostra, e sentire che lo stupore e la bellezza si dilatano nelle cassa di risonanza delle bocche schiuse. Di ritornare verso casa un po' confusi, un po' arrossati, di fermarsi a bere una Guinnes allungando le gambe sotto il tavolo e pensare a cosa buttare su per cena.
E mentre dicevo, piangevo e piangevo forte, che ero così affranta d'esser fatta come il grafico qui sopra, e di non provare quel piacere nel fare le stesse cose da sola. Che si può fare le cose belle assieme e poi anche da soli, ma non mi entra in testa neanche se me lo sbatto giù col martello. 
Perchè il 10% lo raggiungo in un attimo. Calcolando il percorso casa-lavoro, è quasi già andato.

giovedì 14 settembre 2017

Volevo essere grande


Hai presente quella che sta dentro di me, quella di 15 anni?
La conosci, divora un'idea piena d'urgenza e poi ne sputa il seme per andare a spasso, con anima a rovescio, assente.
Disdegna le incombenze, le scadenze, fa spallucce, poi tira su una coda di cavallo e guarda altrove.
Sogna. Ma senza riguardo per le tasche capovolte, il tempo avverso, mani chiuse o bocche aperte. "Adesso!" dice, e applaude lieta mentre attende l'avverarsi.
E' gelosa, rissosa, ombrosa. E' fremente, scioccamente sorridente. E quando sorride, danza.
Ti fa tremare coi suoi piedi snelli, con l'odore d'erba negli abbracci e nei capelli? Allora passa oltre agli inciampi, ai vuoti a perdere, ai sobbalzi.
Guarda, la porti via con niente: un sasso azzurro, una spiga di lavanda, quattro o cinque luci in un caleidoscopio.

La vita è così, stupisce

La vita è così, stupisce

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